2 novembre 2017

I colori dell'anima! Racconto di D.



E' il racconto di una mia followers, per tutela della privacy vorrei tenere anonima, in cui parla di come il colore l'ha aiutata a superare alcuni traumi...
Si, il colore! Semplicemente colore, moda, cose frivole aiutano l'anima!
Sono molto toccata da questo racconto perchè è come se ci fosse un osservatore esterno che descrivesse tutto quello che faccio!
Spero che vi tocchi dentro come lo ha fatto con me,  è il motovo per cui ho aperto Rossetto e Merletto!
Bacio Giusy




Per  D. non era stato sempre così, non prima di quella notte. La notte del buio… Così la chiamava nella sua testa, quelle rare volte che il pensiero tornava bastardo a ricercare nella memoria ciò che era accaduto.
D. era sola adesso, nonostante le persone che si alternavano vicino alla sua poltrona fossero tante; tutte pacate, con lo stesso tono remissivo, come se avessero paura di poterla rompere anche solo con una parola sbagliata. SBAGLIATA… quelle nove lettere le straziavano il cervello come un ciclo infinito, come una mosca che torna sempre a svolazzarti sulla faccia.
D. sapeva volare... Ma questo prima. Un aguzzino spietato con i suoi artigli affilati quelle ali le aveva tagliate, recise per sempre.
Da quel momento, D. era rimasta nel buio: “Disturbo post traumatico da stress”, così le avevano detto i medici, dopo che la notte del buio l’aveva privata della VISTA, dopo che la notte del buio le aveva tolto ogni possibilità di VITA.
A volte il destino si fa beffa di noi…Quanti colori sul palco quella sera, mentre D. danzava la vita: la gente sventolava tante bandierine nei colori della pace, i bambini indossavano bluse scintillanti come i loro sorrisi; la platea, ad un tratto, si era illuminata di tante minuscole fiammelle... Lo spettacolo era stato un vero successo.
Difficile immaginare che, solo un paio d'ore più tardi, quelle mani sudice avrebbero strappato con forza i suo jeans e l'avrebbero trattenuta contro un muro fino ad annegarla nella disperazione. In quell'angolo buio e impregnato di urina, lei aveva chiuso forte gli occhi immaginando di essere altrove, in mezzo alle luci del palco, per salvarsi.
Quando riaprì gli occhi, il mondo che conosceva era cambiato: si sentiva sporca, infetta, ma soprattutto era iniziato il buio. La paura scuoteva le sue viscere mentre sfregava senza sosta le mani sulle palpebre nel vano tentativo di rimuovere una benda che non esisteva; così si sollevò in piedi a stento e iniziò a vagare senza meta sui marciapiedi, confusa dai rumori di una città che andava avanti, indifferente al suo dolore. Camminò finché tutti quei clacson, l'odore delle tavole calde e il freddo pungente non sparirono insieme al vigore dei suoi muscoli; si abbandonò sulla strada come una foglia si lascia cadere da un ramo spoglio.
Le lenzuola dell'ospedale erano ruvide, il cibo era tiepido e insapore: nessun trattamento di favore per una sporca meretrice. D. aveva faticato molto per riuscire a muovere la mandibola, blindata come una prigione; tuttavia le poche parole impastate che uscivano non avrebbero fornito alcuna informazione utile. In prima istanza c'erano stati tanti esami e tante prove, un nugolo di specialisti che cercavano di capire cosa le fosse accaduto, ma erano solo vani tentativi. Intanto lei, nel silenzio, serrava forte le gambe: non avrebbe permesso a nessuno di scoprire come il buio l'aveva sconfitta. Non voleva essere considerata una vittima di abuso, una donna ormai segnata, di quelle che camminano a testa bassa e lasciano che gli eventi scivolino loro addosso come pioggia.
Eppure, nonostante D. avesse deciso di non denunciare e dimenticare, tutte le sue peggiori paure si erano verificate: D. non si sentiva più una donna, D. era l'ombra di se stessa.
I mesi passavano senza tregua e gli incubi non cessavano di farle visita durante la notte, lasciandole il sapore del terrore e della vergogna durante il giorno. La donna cercava di non dare ascolto a tutto questo scomparendo: si faceva piccola piccola nell'attesa di svanire, di risultare invisibile agli occhi di tutti. Non lasciava più le quattro mura della sua casa, unico luogo nel quale si sentiva meno vulnerabile; nonostante la forte riluttanza al contatto con il mondo, era stata costretta ad assumere una gentile signora che si potesse occupare delle faccende che lei riteneva missioni impossibili.
Anna faceva la spesa giornalmente per cucinare tanti manicaretti che D. avrebbe lasciato come consuetudine nel piatto a congelare: il cibo non aveva più alcun senso, si sentiva morta dentro… Perché dare nutrimento ad un albero bruciato da un fulmine? Questa filosofia si rispecchiava in ogni aspetto della sua vita: i capelli di D. erano tagliati corti, anonimi e spettinati; i vestiti che indossava avevano l'unica funzione di nasconderla ed erano spesso più grandi di due o tre taglie, per niente al passo con il suo dimagrimento sempre più preoccupante.
Un giorno Anna entrò nella fortezza di D. con una novità: le voci erano due, una conosciuta e una calda, suadente. D. aveva affinato molto il suo udito, quasi un regalo di madre natura per sopportare la mancanza dei suoi occhi, perciò fu facile cogliere tutte le sfumature speziate che si accompagnavano a quella voce diversa.
<<Anna, chi c'è con te? >>
<<Oh, cara... È solo un'amica che mi ha aiutata oggi con le faccende da sbrigare. Se non ti dispiace, mi accompagnerà spesso per farci un po' di compagnia.>>
D. non era affatto felice, sopportava a fatica “l’altro” nonostante un tempo le piacesse circondarsi di amici; tuttavia pensava anche al vantaggio di avere un'altra persona che potesse distrarre Anna dal porle continue domande sul suo stato d'animo e di salute. Erano mesi che cercava di sviare le conversazioni con la donna, conversazioni che diventavano sempre più pressanti sul motivo della sua inspiegabile cecità.
La misteriosa presenza, però, sembrava molto più attratta da lei e D. si sentiva inspiegabilmente strana quando udiva le sue parole: non vi era alcun tono pietoso ed era da tempo che nessuno la chiamava più con il suo nome, più o meno da quando la gente aveva iniziato a compiacerla in ogni occasione, infarcendo le frasi di vezzeggiativi: "tesoro", "cara", "bella".
<< Sai, Diana, credo che dovresti lasciar crescere i tuoi capelli… Hai dei lineamenti molto femminili che meriterebbero di essere messi in risalto!>>
Con quale ardire questa sconosciuta aveva preso pieno possesso dei suoi spazi privati e addirittura aveva espresso un giudizio sul suo aspetto?! Ma, stranamente, D. provava un miscuglio di emozioni…
Giusy iniziò a frequentare spesso la casa e le piaceva raccontare del colore delle sue emozioni parlando del mondo e di come riusciva ad osservarlo con lo sguardo vigile della sua anima. Quella ragazza odorava di buono, di vitalità e portava tutto questo con sé ovunque andasse. Giusy era esattamente tutto ciò che D. si era vietata di essere: era una donna nel pieno della sua vita, ricca di fragilità ma con la voglia di affrontare il mondo. Quella donna non forzava mai la serratura della mente di chi aveva di fronte, ma, nel suo modo di prendersi cura, cercava il contatto fisico con D.: sempre più spesso le solleticava l’olfatto con oli profumatissimi con i quali impaccava i suoi capelli, le raccontava delle emozioni che il suo nuovo libro le stava regalando... D. scopriva lentamente il piacere di quella dolce compagnia, lasciando crescere nel suo cuore la voglia di condividere un po’ della sua angoscia.
Giusy era una donna che amava ascoltare e, qualora le storie narravano di qualcuno che avesse perso il proprio posto nel mondo, era capace di trasformare quel dolore, aiutando a cancellare la patina di amarezza dagli occhi.
Così D. si lasciò abbracciare dalla forza di quella ragazza e si addentrò nel mondo colorato che lei si portava dietro. Attraverso gli occhi di Giusy scoprì di non aver mai notato le sfumature opulente del verde, la luce pallida del giallo paglierino, la violenza di un arancio e il mistero celato in un blu zaffiro. Le descrizioni di Giusy erano dettagliate, si portavano sempre dietro delle storie.
I colori iniziarono a invadere le notti di D.: i suoi sogni non erano più incubi in cui quell'uomo la spingeva ancora e ancora contro il muro, ma diventarono girandole vorticose, oceani sconfinati, farfalle stupende.
Anna aveva intuito che qualcosa stava cambiando, ed era in cuor suo molto soddisfatta dell'opera buona che aveva messo su portando Giusy in quella casa.
Un giorno D. decise di abbandonarsi al suo istinto: si sentiva finalmente pronta e forte, sentiva che quel cerchio si sarebbe dovuto chiudere. Così chiamò Giusy vicino a sé e le chiese di essere truccata e vestita con quei colori che aveva imparato a conoscere, ad apprezzare, quei colori che le avevano restituito il coraggio di reagire...
Condividere quelle tenebre che si annidavano nella sua anima non fu facile; eppure mentre svuotava quel calice pieno di veleno fuori dalla sua bocca, una inspiegabile sensazione di leggerezza si impadroniva del suo cuore. Con gli occhi della sua mente le piaceva immaginare un temporale con un cielo plumbeo che si allontanava, lasciando un turchese brillante ed avvolgente. D. decise di alimentare quel bellissimo gioco di immagini e colori iniziato grazie alla sua nuova amica; così lasciava spesso quella torre nella quale si era rinchiusa: permetteva che il vento le accarezzasse i capelli e sfiorando le foglie bagnava le sue dita con la fresca rugiada del mattino.
In una radiosa giornata di fine maggio, Diana e Giusy uscivano dalla stazione di polizia. Nonostante fosse passato del tempo e sarebbe stato comprensibilmente difficile trovare il suo aggressore, Diana sapeva che adesso sarebbe tornata a vivere in pace.
Respirò l'aria tiepida della primavera, strinse forte la mano di Giusy e buttò via gli occhiali scuri: un bellissimo parco pieno di verdi alberi rigogliosi si rivelò ai suoi occhi, con piccole margherite gialle che si riscaldavano al sole e casette rosse in cui i bambini giocavano e si rincorrevano.
Diana era di nuovo donna, era inverno, autunno, primavera e estate, era colore, era respiro.
 Diana era di nuovo VITA.

2 commenti:

  1. La fotografia di un miracolo. Sarà di ispirazione a tante altre donne che sono ancora nel buio. Grazie.

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  2. La fotografia di un miracolo. Questa storia sarà di ispirazione a tante donne che sono ancora nel buio. Grazie.

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