19 agosto 2015

OMBRE ROSSE (Stagecoach, 1939)

OMBRE ROSSE (Stagecoach, 1939)
Regia: John Ford
Con Claire Trevor, John Wayne, Andy Devine, George Bancroft, Thomas Mitchell, Louise Platt, Berton Churchill, John Carradine, Donald Meek
Durata: 95 min.
Genere: western
La trama in breve: una diligenza con nove passeggeri, ciascuno con le più differenti motivazioni personali, deve giungere da Tonto a Lordsburg nonostante la minaccia rappresentata dagli Apaches di Geronimo, che per tutto il film sembrano incombere sul singolare gruppo di viaggiatori, i quali arriveranno a destinazione profondamente cambiati dalle peripezie incontrate durante il percorso.
Fin da bambina ho sempre amato i film western e, come primo film del genere, non potevo non cominciare da quello che ha visto per la prima volta all’opera il binomio attore/regista che preferisco in assoluto nella Storia del Cinema.
L’ho scelto anche per altri tre motivi. Il primo: mi rendo perfettamente conto che il western non è uno dei generi preferiti dal pubblico femminile e che l’ “uditorio” della pagina è composto principalmente da donne, ma questo è un western che solitamente piace anche a chi non ama il genere. Nonostante l’ambientazione, diciamo che ha una certa vena romantica ed è intriso di simbolismi e metafore che lo rendono apprezzato anche da chi non guarda mai questo tipo di film e ho notato che spesso è gradito anche dal pubblico femminile. Secondo: nonostante sembri girato direttamente ai tempi del Far West, non è un film noioso, ha un ritmo che lo rende piacevole da seguire anche per chi non è abituato a vedere film d’epoca e infatti, a differenza di molti film coevi, non è particolarmente lungo. Terzo e ultimo motivo: che piacciano i western o no, questo film ha fatto la Storia, non solo di un genere, ma del Cinema. Con questo film, il mitico John Ford ha letteralmente ridato vita a un genere (quindi per questo noi appassionati di pistoleri & co. non lo ringrazieremo mai abbastanza!!!), ha contribuito notevolmente a creare una Stella (da qui in poi la carriera dell’ormai altrettanto mitico John Wayne avrà un deciso salto di qualità e anche su questo gratitudine eterna al grande Ford!) e infine, ha fatto scuola per quanto riguarda tecniche di ripresa e inquadrature, di cui dico subito che ci capisco poco o nulla, ma la grandezza di John Ford se si è appassionati di arte e quadri, salta all’occhio fin dalle prime visioni di sue pellicole.


Mi pare importante sottolineare due punti per inquadrare il contesto in cui nasce il film. Alla fine degli anni ’30 il genere western era di serie B: erano film a basso costo, dalle trame assai banali, con attori di secondo livello, indirizzati a un pubblico che chiedeva filmetti di facile comprensione, in un decennio di gravissima crisi economica. C’è chi dice che se non fosse stato per Ombre rosse, probabilmente il genere western sarebbe morto nel giro di poco. Quel che è certo è che John Ford ha ridato vita a un filone in declino e l’ha “nobilitato” tanto da renderlo uno dei generi più in voga, e tale è rimasto fino a pochi decenni fa (ciò non toglie che rispetto ad altri generi, insieme ai suoi interpreti, sia sempre stato ingiustamente maltrattato dalla critica che assegna riconoscimenti e statuette).
Direttamente collegata alla rinascita del genere western, per non parlare del filo doppio che l’ha legato a Ford per una vita intera, è la carriera di John Wayne, che probabilmente senza Ford si sarebbe re-iscritto a Legge: nel corso degli anni ’30 il povero John, nonostante un inizio di carriera piuttosto promettente, facilitato dalla sua abilità come stuntman (eh sì, aveva iniziato così, come “lavoretto” estivo per pagarsi gli studi, ma per fortuna di noi appassionati si è ritrovato senza borsa di studio e ha lasciato perdere i libri di diritto) e dalla sua prestanza fisica che lo rendeva particolarmente adatto al genere, si era ritrovato all’eterna gavetta dei western di serie B. Ci si mise anche la terribile crisi del 1929 a rallentare la sua ascesa. A tirarlo fuori dal limbo ci pensò John Ford: i due frequentavano lo stesso ambiente, erano diventati grandi amici di bevute e battute di pesca e praticamente costrinse Wayne, che aveva già lavorato in qualche film di Ford come controfigura, a entrare nel cast.
La produzione in realtà voleva affidare il ruolo dei protagonisti principali a due attori molto più noti di quanto non fossero John Wayne e altri membri del cast: la sua parte doveva andare a Gary Cooper, mentre quella della protagonista femminile doveva essere di Marlene Dietrich. Ford però non aveva molti soldi a disposizione e di fatto impose (il caratteraccio di John Ford è leggendario) ai produttori, diffidenti nei confronti di un attore di seconda fascia, la parte di Ringo Kid a Wayne.
Il resto è storia: il film ebbe un grande successo, un genere risorse dalle ceneri e nacque una Stella di primaria grandezza, che negli anni a venire, in innumerevoli ruoli, alcuni molto sottovalutati all’epoca e molto meno stereotipati di quel che dicono i detrattori del genere, forgiò quella che, nell’immaginario collettivo, è l’immagine dell’eroe del West, colui che sta dalla parte del Bene, sempre pronto ad aiutare chi è in difficoltà e a fronteggiare il Male senza paura.
Ma veniamo ai meccanismi della storia che sono assai particolari, infatti tutto ruota intorno all’ambiguità e al riconoscimento degli stereotipi affibbiati dalla società ai protagonisti e fondamentale è il ruolo della diligenza (che poi è il titolo originale del film). La diligenza è una metafora non solo del viaggio, ma anche del destino dei passeggeri che si compirà lungo il percorso o una volta giunti a destinazione, per alcuni con esito liberatorio, di redenzione, mentre per altri non ci sarà nulla di buono ad attenderli. Ma la diligenza rappresenta anche la fuga dalla civiltà e dalle sue costrizioni, un luogo in cui i passeggeri, superando le difficoltà e affrontando la natura selvaggia (gli Indiani) ritrovano la loro più pura umanità. Anche il punto A (Tonto) e il punto d’arrivo B (Lordsburg) del viaggio sono una metafora, la prima della civiltà che impone l’ordine, detta le Leggi ma emargina spietatamente l’elemento deviante (all’inizio del film le befane bacucche della Lega della Moralità cacciano la povera prostituta Dallas dalla città, costringendola a prendere la diligenza); la seconda rappresenta la fuga verso la liberazione dei propri istinti (Lordsburg è piena di saloon affollati di prostitute e la vita notturna è decisamente movimentata) ma è anche il luogo dove la civiltà non è ancora compiuta, la Legge non ha rappresentanza visto che vi spadroneggiano i fratelli Plummer, gli assassini del padre e del fratello di Ringo, la cui falsa testimonianza l’ha condotto in prigione ingiustamente e che si reca a Lordsburg per vendicare il sangue dei familiari.
Nella diligenza, che funge da microcosmo in movimento, sono costretti a convivere e confrontarsi, con tutti i loro pregiudizi, personaggi che nella vita reale, come afferma il dottor Boone prima dell’assalto indiano, non avrebbero e non avranno mai più modo di incontrarsi.
Nella trama tutto è il ribaltamento di quel che “appare”, in una logica che mette continuamente in discussione quel che pensiamo di sapere, dove abbiamo personaggi considerati socialmente rispettabili, onesti e “puliti” che sono in realtà portatori di valori negativi:
Il banchiere Gatewood (Berton Churchill) prende al volo la diligenza per fuggire con il contenuto della cassa della banca e dalla moglie che è a capo delle babbione della Lega della Moralità. E’ il personaggio decisamente più sgradevole della comitiva ed è l’unico a rappresentare valori negativi in toto: non fa altro che maltrattare tutti durante il viaggio, aggredisce il tenente della Cavalleria che ha l’ordine di non scortarli fino alla fine del viaggio, il povero conducente Buck perché ha usato la sua borsa (con la refurtiva) come cuscino, persino il dottor Boone mentre si occupa del signor Peacock, ferito da una freccia indiana, e disprezza apertamente Ringo, pretendendo che venga subito ammanettato all’arrivo in città, dimenticandosi del suo ruolo fondamentale nel salvare la diligenza dall’assalto. Parla solo di denaro, del bene delle banche che coincide con quello del Paese, dei suoi diritti di cittadino che paga le tasse, del governo che mette le mani in tasca ai contribuenti e non li protegge. Per fortuna, viene arrestato al suo arrivo a Lordsburg.
Lucy Melory (Louise Platt) è incinta e deve ricongiungersi al marito ufficiale dell’esercito, passa il tempo a guardare Dallas di storto perché lei è una signora rispettabile ed è costretta a viaggiare con una “poco di buono”. Ha un atteggiamento sprezzante, guarda tutti dall’altro in basso. In parte si redime alla fine del viaggio, quando chiede a Dallas se può aiutarla in qualche modo, salvo ricordarsi che lei stessa aveva trattato la ragazza con sufficienza quando questa le aveva offerto il suo aiuto.
Dall’altro lato abbiamo i personaggi bollati come “cattivi” dalla società, che in questa favola sono in realtà i protagonisti e i veri portatori di valori positivi:
Dallas (Claire Trevor) è una prostituta, è gentile con Lucy e più tardi si occuperà della piccola appena nata. Ha perso i genitori da bambina e ha dovuto cavarsela come ha potuto, in una società dove l’unico posto per una ragazza sola e carina è il saloon. È lusingata ma incredula di fronte alle “avances” e alla proposta di matrimonio di Ringo, che cerca di respingere poiché non pensa che una ragazza come lei possa meritarsi un destino onesto e teme la reazione del giovane quando a Lordsburg scoprirà qual è la sua vera vita. La coppia di “fuorilegge” rappresenta una nuova cellula sociale che nasce, la famiglia, e la redenzione attraverso l’amore. Ovviamente, tutto è bene quel che finisce bene.
Ringo Kid (John Wayne) è un avanzo di galera, ci finisce per la prima volta a 17 anni ed è appena evaso di prigione. L’unico a trattare Dallas con rispetto, ha un ruolo fondamentale nel salvare i passeggeri della diligenza dall’assalto degli Apaches. Nonostante le dure esperienze di vita, è ingenuo, ha negli occhi un che di innocente, è pronto a sacrificarsi per il prossimo, è buono e gentile ma è anche capace di progettare una sanguinaria vendetta nei confronti dei fratelli Plummer, che gli hanno ucciso padre e fratello. Dietro il suo volto dolce e un po’ spaesato, Ringo ha un lato oscuro, assetato di vendetta, per ottenere la quale non esita a uccidere: Dallas cerca di convincerlo a fuggire perché lo aspettano aperte le porte della prigione e affrontare i suoi nemici lo mette ovviamente in grande pericolo, ma Ringo si rifiuta di scappare perché “ci sono cose da cui un uomo non può fuggire”. La sua è una vendetta “giusta”, deve vendicare la sua famiglia e la prigione che ha scontato ingiustamente, a costo di mettere in pericolo la sua vita e un possibile futuro con l’amata. Chiaramente, lui non ha il minimo dubbio di uscirne vincitore, e non lo ha neanche lo spettatore. Dal punto di vista simbolico però, affrontare i Plummer non equivale solo a vendicarsi: per Ringo ucciderli significa mettere a tacere e sconfiggere il suo lato “selvaggio”, quello riottoso ad accettare la Legge e l’ordine, quella parte di lui meno buona che può portarlo lontano dalla felicità tanto desiderata con Dallas. Nel gioco del disvelamento delle “caricature” sociali, è spesso Ringo ad avere una parte preponderante: è lui infatti a pretendere che Dallas, nel momento della votazione sull’opportunità di proseguire verso Lordsburg, vista la minaccia “rossa”, abbia diritto di voto e lo esprima immediatamente dopo la rispettabile signora Lucy.
L’esempio più clamoroso di come i ruoli sociali rappresentassero una barriera quasi insormontabile lo si ha nella scena successiva al voto, in una sequenza fondamentale, dall’impianto scenico assai suggestivo, quella del pasto: Ringo fa sedere a tavola Dallas accanto a Lucy, provocando l’indignazione ben visibile sui volti degli altri commensali, sedendosi accanto a lei E di fronte al “rispettabile” signor Gatewood. Lucy viene fatta spostare vicino alla finestra, perché lì “fa più fresco”, ma in realtà è chiaro il voler consumare il pasto lontano dai due “delinquenti”. La sensazione di sentirsi due “appestati” nella coppia è palpabile, tanto che Ringo giustifica il tutto, perché “non puoi pretendere di scappare di prigione e tornare in società in una settimana”. Ferito, vuole alzarsi da tavola, ma Dallas lo prega di restare a mangiare accanto a lei. Non tutto il male viene per nuocere, perché isolati dal resto del gruppo, nel loro angolo di tavolo, Ringo e Dallas possono chiacchierare, seppur brevemente, e scoprire dell’interesse reciproco.
Ma veniamo anche agli altri personaggi, poiché ciascuno ha un ruolo importante e ben definito.
Buck (Andy Devine) è il conducente della diligenza. E’ buono, molto buffo e tontolone, è lo “sciocco” della situazione. Bisogna spiegargli sempre tutto (è anche un espediente per spiegare allo spettatore cosa sta per accadere), ha un modo di parlare e camminare che suscitano ilarità e una moglie messicana con una famiglia numerosissima a cui lui deve provvedere. Spesso si punzecchia con lo sceriffo Curley, le scene in cui è coinvolto sono le più divertenti. È preso poco sul serio, lo sceriffo al momento del voto decide per lui (Buck è un fifone e vuole tornare a Tonto).
Lo sceriffo Curley (George Bancroft) ha un ruolo di rilievo anche a livello simbolico: rappresenta la Legge, ne è l’ultimo baluardo anche nella diligenza lanciata verso i pericoli della natura selvaggia. È lui che detta le regole e cerca di farle rispettare. Deve riportare Ringo in prigione e sa che questi farà di tutto pur di vendicarsi dei familiari e andare a cercare i Plummer. Rappresenta dapprima quindi la Legge dal pugno di ferro, quella che non ammette eccezioni, pur essendo sinceramente dispiaciuto per Ringo. Alla fine ha anche lui la sua “catarsi”, che lo libera della sua durezza e gli permette di mostrare così il volto comprensivo della Legge, quella che lascia che Ringo vendichi i suoi familiari e fugga con Dallas verso la frontiera, per realizzare il loro sogno d’amore.
Il dottor Boone (Thomas Mitchell) è il personaggio più spassoso insieme a Buck, ma a differenza del conducente lui ha la sua dose di complessità. È un medico, quindi dovrebbe avere un ruolo sociale di un certo rilievo; in realtà è un ubriacone e non sarebbe “buono a curare neanche i calli”, stando a quanto dicono le beghine della Lega, e ciò fa di lui un emarginato, anche se cerca di prendere sempre la vita con ottimismo ed è sempre pronto a farsi una bella risata, oltre che una bella bevuta!!! Rappresenta quindi in qualche modo il “presentabile” che si ribella alle convenzioni, che ne ride, che le mette a nudo con una filippica, accompagnata dal riso e da qualche bicchierino di troppo. Ha combattuto coi nordisti durante la guerra di Secessione, e ciò infastidisce molto il sudista giocatore Hatfield, parla in modo colto e altisonante, soprattutto quando è ubriaco. Ovviamente, è lui che si occupa con successo del parto di Lucy e convince Dallas che anche una ragazza come lei può sposarsi ed essere felice.
Qui devo aprire una parentesi: a livello puramente recitativo, trovo che molto (troppo) spesso e volentieri, gli attori d’epoca a quelli attuali diano veramente una pista lunga chilometri. Credo sia dovuto al fatto che una volta la mediocrità non era ammessa, e il bell’aspetto su produttori ecc. fosse meno decisivo di quanto lo sia oggi, per quanto certamente apprezzato. Ecco, Thomas Mitchell era un attore veramente eccezionale. Quando mi sono procurata il dvd, l’ho visto in inglese e sono rimasta estasiata dalla sua interpretazione. Aveva un modo di recitare che davvero non esiste più, quasi “teatrale” e, come si nota anche se si guarda il film doppiato, un’espressività incredibile. Se potete quindi, procuratevi il dvd e guardatelo in inglese coi sottotitoli. In generale lo consiglio sempre ma con certi film non guardarli in lingua originale è uno spreco, e questo è uno di quelli. Il doppiaggio italiano non rende minimamente non solo l’interpretazione di Mitchell, che gli è valsa la statuetta dell’Oscar al miglior attore non protagonista, ma anche quella degli altri attori, che sono tutti bravi in un modo che il doppiaggio non rende adeguatamente l’idea, ve lo garantisco, al contrario di quel che succede spesso oggi: sapeste quante volte mi è capitato di rimanerci male coi film recenti, e scoprire che attori che credevo bravi non lo erano poi così tanto….o che in realtà avevano delle voci fastidiosissime. Davvero, vi assicuro che lo sforzo vale la pena.
Hatfield (John Carradine) è un “gambler”, un giocatore di professione. Tra i nove passeggeri, incarna la falsità, l’inganno, l’apparire sull’essere, e insieme al banchiere Gatewood è il personaggio più negativo. Ha un aspetto curato e signorile, e coi suoi modi eleganti e servili maschera l’attrazione nei confronti di Lucy, a dispetto della condizione di donna sposata e prossima al parto della donna, alla quale offre la sua protezione durante il viaggio. Lucy è in qualche modo attratta da Hatfield, e lo si nota immediatamente dagli sguardi che lancia all’uomo all’inizio del film, quasi a invitarlo a prendere la diligenza con lei. Per questo motivo rappresenta anche l’elemento più insidioso del gruppo: rappresenta la corruzione dei costumi, la tentazione al tradimento per la giovane sposa, il gioco “baro”, la bugia. In maniera molto significativa, Ringo ne disvela tutta la falsità nella sequenza della borraccia: Hatfield offre dell’acqua a Lucy in una coppa d’argento che ha uno stemma nobiliare di cui la donna chiede l’origine, ma lui non sa rispondere perché la coppa l’ha vinta in una scommessa. Ringo pretende che anche Dallas beva ma Hatfield di guarda bene dall’offrire la preziosa coppa alla donna, che è così costretta a bere direttamente dalla borraccia. Col suo bel sorriso aperto e sincero, Ringo si scusa con Dallas, ma lui non ha coppe d’argento; a lei non importa ovviamente molto, poiché capisce che da quel galeotto tutto ciò che le arriva è autentico e viene dal cuore. Hatfield è l’unico personaggio che non ha motivi particolari per mettersi in viaggio verso Lordsburg, se non per accompagnare Lucy e, ironia della trama, è l’unico a non arrivare a destinazione.
Il signor Peacock è un rappresentante di un’azienda di liquori. È il personaggio più neutro dell’intera rappresentazione. Nonostante sembri non ricoprire un ruolo significativo ed appaia subito chiaro che è anche il più “insignificante”, molte sono le cose che si possono dire su di lui. Nessuno si ricorda mai il suo nome e nessuno lo pronuncia mai correttamente, e anche all’arrivo a Lordsburg, quando dalla barella in cui giace ferito invita Dallas ad andarlo a trovare a Kansas City (che sta nel Kansas, lo sottolinea spesso), deve ricordarle come si chiama. All’inizio del film viene subito avvicinato dal dottor Boone, interessatissimo alla sua valigetta piena di sample di liquori, che lo scambia dapprima per un reverendo, e questo equivoco va avanti per tutto il prosieguo del film, perché l’aspetto del signor Peacock (di nuovo quindi entra in gioco l’ambiguità dell’apparenza) è quello di un uomo talmente mite e timoroso da farlo somigliare a un uomo di Chiesa, non certo a un rappresentante di alcolici!! Al pari di Buck, è un gran pauroso e vota contro il proseguimento del viaggio. C’è da sottolineare che è così poco considerato che vota per ultimo, quando ormai la sua opinione non vale più granché e non può più incidere su quella degli altri: Ringo pretende che Dallas voti subito dopo Lucy proprio mentre lui stava per dire la sua, e avrà modo di dirla solo alla fine, quando sarà ormai del tutto ininfluente. Il ruolo del signor Peacock è associabile anche a quello dello spettatore: pur partecipando alla vicenda è per lo più passivo, ma è anche quello più in grado di mediare, e alla ripartenza, dopo il parto di Lucy e l’avvicinarsi degli Apaches sempre più minacciosi, è lui che invita gli altri passeggeri a mostrare carità cristiana e a prendersi cura l’uno dell’altro. Col suo ferimento improvviso, a opera di una freccia indiana, ha inizio la spettacolare sequenza dell’assalto alla diligenza.
Da qui vorrei ripartire per parlare nuovamente della grandiosità di John Ford, che è stato assai giustamente definito un “regista-pittore”, un poeta della cinepresa, anche se rifiutava questa definizione con i suoi modi decisi e scorbutici (tanto per farvi capire il personaggio, John Wayne affermava che Ford era l’unica persona di cui avesse mai avuto paura in vita sua).
Io non sono assolutamente esperta di tecniche di ripresa, ma una cosa l’ho capita subito guardando i film di Ford: le sue scene sono dei quadri. Ford attribuisce grande importanza all’orizzonte, alle panoramiche sui grandi spazi aperti che rendono le scene di grande suggestione.
Alcune delle immagini che trovate sotto sono promozionali ma rendono alla perfezione l’idea che trasmettono le sequenza di tutti i film di Ford: i personaggi sono disposti in una maniera che ricorda moltissimo quella usata dai pittori per disporre i personaggi sulla tela o un affresco. Ditemi voi se queste immagini non starebbero bene riprodotte anche su una tela.
Un altro elemento che rende innovativo il film per l’epoca in cui è stato girato è il modo in cui vengono ripresi gli attori: non più secondo il canone del piano medio americano, ossia dalle ginocchia in su, ma il più possibile sui volti. Non ci sono lunghi dialoghi, spesso a parlare in questo film sono gli occhi degli attori.
L’espediente tecnico che ha reso questo film famoso e imitatissimo è quello dello zoom, che Ford utilizza per presentare al pubblico e alla Hollywood che conta - e per consegnare alla Storia della Settima Arte - John Wayne, quello che sarà il cowboy preferito dal mondo intero nei 40 anni successivi (se avete la fortuna di avere ancora i nonni, chiedete a loro!).
È per sempre un film di fine anni ’30 e presenta qualche difetto nel montaggio, il più vistoso…proprio durante la scena del pasto…argh! Sicuramente ne avrà altri, ma purtroppo per voi non sono proprio esperta per dire quali….mi sono già lanciata troppo in disamine che non mi competono, ma trovandoci di fronte a un caposaldo del Cinema, non parlare proprio anche di qualche aspetto tecnico mi sembrava assurdo.

Che dire in conclusione di questo film? È un Capolavoro assoluto e nonostante siano passati oltre 70 anni, non ha perso la sua freschezza e forse la Storia del Cinema non sarebbe stata la stessa, senza questo film.
Vi lascio con la recensione entusiastica che Ennio Flaiano fece di questo film, uscito nelle sale italiane nel 1940, sulla rivista Cine Illustrato.
"Nel cinema americano la tradizione del western non accenna a spegnersi: anzi non perde occasione per affermarsi sempre viva e brillante. Con gli ultimi tempi, quella attenzione – diciamo affettuosa e primitiva – verso i ricordi della storia nazionale, che si trovava in tutti i film a carattere avventuroso, si è nobilitata da un gusto nuovo, che scava in profondità.
Pur rispettando la buona retorica dell’aria aperta, si sono aggiunte ai film recenti, delle intenzioni più sostanziose. Chiamiamole pure letterarie se non c’è altro affettivo che indichi quel contributo di sale dato alle storie e se così vanno indicate le prospettive profonde che queste acquistano, prospettive che una volta non toccavano un tal genere di cinematografo e entravano soltanto nel giuoco dei romanzieri.
Romanzo, senza dubbio, con tutti i suoi caratteri di ricerca psicologica e letteraria, può dirsi Ombre rosse, il nuovo film di John Ford. Eccoci davanti a un film in cui l’ombra di de Maupassant si sposa a quella di un Murnau (per parlare di trapassati) o, meglio, a un film in cui allo stile di uno Stephen Roberts si aggiunte quello di un Vidor. Sposalizio felice, diciamolo subito: tanto felice che vien voglia di togliersi il cappello. Naturalmente per Ombre rosse si è ricordato I cavalieri del Texas, Buffalo Bill eccetera: forse col desiderio di fissare il film nei limiti dell’evocativo avventuroso. Per conto nostro i nomi da fare sono ben più grossi. Si può cominciare con il narratore francese già citato, de Maupassant, del quale «rivediamo» in Ombre rosse la più tipica delle figure. Boule de suif la donna di facili costumi, che è disprezzata dai compagni di viaggio e che salva poi tutti col suo sacrificio; e si potrebbe finire col citare Anderson (quello di Solitudine) e persino Wilder, se si tien conto che in Ombre rosse la ricerca più sentita dal regista è quella che si svolge intorno alle sei persone che viaggiano nella carrozza di posta. Una ricerca che indaga nel loro passato, nei «fatti umani».
Su una diligenza che fa servizio tra due località del West americano s’imbarcano: 1) la moglie di un ufficiale dell’esercito; 2) una donna che la lega della morale dichiara «indesiderabile»; 3) un dottore ubriacone, scacciato dalla padrona di casa; 4) un commesso viaggiatore in liquori (che subito diventa docile vittima del n. 3); 5) un gentiluomo rovinato dal giuoco.
Durante il viaggio saliranno anche un cassiere che fugge con la cassa e un giovane evaso dal carcere, che si arrende alla scorta armata della diligenza.
La corriera inizia il suo viaggio nel deserto, in un’atmosfera di pericolo imminente, poiché una tribù di indiani si è ribellata.
La prima parte del viaggio è dedicata alla conoscenza di questi personaggi, li vediamo come sono, alcuni impariamo ad amarli, altri a tenerli in sospetto. Un tenero amore, frattanto, s’intreccia tra la donna «indesiderabile» e il giovane evaso. Ma costui ha un dovere da compiere: vendicarsi degli assassini di suo padre, gli stessi che con una falsa testimonianza l’hanno fatto mettere in prigione.
Questo giovane dagli occhi azzurri, dalla bocca chiusa e secca, alto e lento, vi piacerà subito: c’è qualcosa di indefinito nella sua persona, che sembra spinta da un piccolo destino da tragedia verso la sua avventura.
Ma intanto le cose di complicano. La moglie dell’ufficiale mette alla luce una bambina, curata proprio da quel dottore sulla cui abilità nessuno avrebbe puntato un soldo: e notizie sempre più gravi giungono ai viaggiatori circa l’attività degli indiani.
La situazione precipita con l’inseguimento della carrozza da parte di questi ribelli. È l’andante mosso del film, una travolgente cavalcata che si chiude con la vittoria dei nostri. Come se nulla fosse successo, il film, dopo questa precipitosa parentesi (che in altri tempi avrebbe segnato la fine dell’avventura) riprende il suo racconto. I viaggiatori vanno ancora osservati. Uno soltanto è morto, il gentiluomo rovinato, quello che era salito in carrozza per un atto di galante donchisciottismo, per difendere in caso d’attacco degli indiani la moglie dell’ufficiale. Gli altri avranno ognuno la sua sorte. Coraggiosa conclusione questa di John Ford. Il giovane evaso, ammazzerà i tre avversari, la donna di facili costumi si sposerà (è facile immaginare con chi), il bravo dottore seguiterà a ubriacarsi. Finalmente un lieto fine che non delude. Se il giovane avesse rinunciato ad ammazzare i suoi rivali o se il dottore avesse deciso di esser sobrio in avvenire il pubblico dal canto suo avrebbe staccato le poltrone in segno di protesta.
Per la prima volta in un film americano non si lasciano a Dio le cure della vendetta morale. Ognuno fa quel che può, se la cava come gli detta il cuore. Ed è questa «intonazione» la più giusta, la più apprezzabile del film. Non ci stancheremmo di parlar bene di queste Ombre rosse, anche perché arrivano dopo tante ombre pallide ed evanescenti, ombre di filmetti, di commediole, di rifriggiture. È un film di quelli che si rivedono; John Ford è il regista di Il traditore e di La pattuglia perduta, due film precisi e allucinanti. Ma è anche il regista di un vecchio westen, Il cavallo d’acciaio. Chi ricorda questo «colosso» del ’24, in cui per la prima volta appariva George O’ Brien? Lo spettatore non più giovane confronti i due film, osservi come il nuovo è una perfezione dell’antico, come certe audacie di quello si sono conservate e accresciute nel frattempo.
Una parola sulla fotografia che è perfetta, tenuta secondo il costume di Ford a contrasti di luce e ombre e sempre campeggiante su passaggi straordinari, lunari. Il fotografo è Bert Glennon; il montaggio di Walter Reynolds. È il soggetto di Ernest Haycox.
Parlerò degli attori? Ce ne sarà bisogno? Sono John Wayne (l’evaso), Claire Trevor (la mondana), John Carradine, Louise Platt. E, nuova conoscenza, Thomas Mitchell, il buon dottore ubriacone, un personaggio i cui cari sorrisi e l’aria affettuosa non si dimenticano subito".
Alla prossima visione!

Silvia Catrambone

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